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inserito Sabato 11 settembre 2010 alle 13:39:22
Un’opera senza anima, e con un corpo scheletrico. Potrebbe un giro di valzer attorno al personaggio famoso concluso con lo scendere dalla giostra per iniziare un percorso diverso, e sella forma lo è certamente la sostanza rimane ignota. La giovane figlia catalizzatore di sentimenti repressi o sconosciuti, di responsabilità estranee di rapporti genuini. Assistiamo dapprima ad una vita, (una vitaccia), d’artista contornata di compagnie tali solo per interesse, a notti bagnate di alcol ed alcove sempre ricche di bellezze. In questo contesto viene calato un corpo estraneo, una figlia undicenne, che sa farsi i fatti suoi, che non vuole cambiare nessuno ma semplicemente s’adegua, pure divertendosi, alla giostra descritta. Il rapporto tra i due è addirittura ben gestito dal padre, ragione ancor più contrastante per portare ad un cambiamento (invitabile per copione) ogni situazione è ben gestita anche le più potenzialmente scabrose agli occhi di una ragazzina. Inutile ed incomprensibile lo spaccato impietoso sulla mondo del divismo italiano, sinceramente si poteva arrivare allo stesso risultato con una premiazione in qualsiasi altro luogo del mondo. Assistiamo ad un succedersi di normalità, senza mai incontrare un punto che possa giustificare una qualsiasi forma di catarsi, arriviamo alle lacrime della ragazzina che si sente sola, più per colpa della “fuga” materna che del poco tempo del nostro, quindi si arriva al grande cambiamento, dettato da dinamiche inesistenti, o quantomeno solo accenate.
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