"L'amore nascosto": Tragedie di vita
Un grande dramma familiare ma l’illustrazione non sviscera o rende del tutto apparenti e reali le dinamiche di questa situazione.
Indubbiamente il tema di “L’amore nascoto”, originariamente romanzo di Danielle Girard, e poi film del regista Alessandro Capone introduce un tema sconvolgente e che invita a riflettere. Quello della madre che non riconosce e non riesce a provare amore per la figlia. Nella parte iniziale del film la madre Danielle (interpretata da Isabelle Huppert) in terapia dalla dott.sa Dubois (Greta Scacchi) pone il quesito, esistenziale e paradossale, sul quale fa perno il film: "Perché una donna, che ha partorito come una cagna, non può liberarsi del suo piccolo se ne prova fastidio, eliminandolo o divorandolo?". L’interpretazione della Huppert, e la dinamica di paziente/confidente che nasce con il personaggio di Scacchi, sono ricche di sostanza e incarnano fedelmente e abilmente il dramma e la sofferenza della situazione che vivono. Eppure il film pecca nel voler narraci il dramma, o come direbbe Uta Hagen, discepola Stanislavskiana e scrittrice/insegnate di recitazione, nel voler rappresentarcelo invece che presentarcelo. Le vere vicende e i momenti che potrebbero commuovere o suscitare un riscontro emotivo nello spettatore non vengono esplorati nè sviscerati, ma si privilegiano invece scene di aneddoti e memorie, presentati talvolta in bianco e nero, e spiegati tramite la voce narrante di Danielle. Ci viene spiegato come al momento della nascita di Sophie, Danielle si sia sentita ‘sporca e distante’, ci viene detto della relazione di nove anni con un uomo mandato a monte dalle antipatie della figlia, o di come Danielle in precedenza fosse disgustata dal padre di Sophie, ma in tutti questi casi non ci è data la possibilità di apprezzare i fatti, emotivamente e di prima mano. Così il film diventa una gigantesca (e deprimente) seduta psichiatrica con personaggi che ci appaiono distanti e irreali, e non sempre meritevoli di compassione, come commenta il compagno della dottoressa Dubois: “Perché pensare sempre a loro, loro già non fanno altro”.
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