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Millennium: Uomini che Odiano le Donne

The Girl with the Dragon Tattoo

"Millennium: Uomini che odiano le donne": Trilogia infinita...

David Fincher dimostra che anche un remake può avere senso... Ritmo, tensione e approfondimento dei personaggi sono gli ingredienti di una operazione che resta troppo commerciale.

Valutazione:
Venerdì 03 febbraio 2012
Sembrava non aver senso il progetto di recuperare una storia abbondantemente circolata e di successo - dopo la trilogia cartacea del giornalista svedese Stieg Larsson e quella cinematografica di Niels Arden Oplev e Daniel Alfredson - dopo così pochi anni (i libri sono del 2005/2007 e i film del 2009), almeno non altro se non quello di approfittare della tendenza statunitense a recuperare film europei da rivisitare, come fatto di recente anche con il vampiresco "let me in". E ovviamente di offrirci un nuovo film di David Fincher, un nome una garanzia.
Forse l'apprezzamento per un regista che ogni volta riesce a dimostrare talento e originalità riesce a far trascurare come la mancanza di nuovi spunti e idee continui a informare molte delle scelte produttive, soprattutto delle Major, e probabilmente questo non era stato trascurato nell'approccio al progetto, ma stante tutto questo resta vero che il "Millennium" di Fincher è un film che probabilmente ricorderemo più volentieri di quelli che furono (compito non arduo, invero, soprattutto pensando ai capitoli successivi al primo).
Intanto per una sequenza iniziale, quella dei titoli di testa, da molti definita "indimenticabile". Affascinante e vorticosa, molto glam e un po' troppo spot, tutta in nero e lucido, splendida combinazione di musica (una cover di Karen O, Trent Reznor e Atticus Ross della "Immigrant Song" dei Led Zeppelin) e CGI, a rappresentare le paure e le ansie della protagonista.
Protagonista che, senza nulla togliere alla buona Rapace, con Rooney Mara acquista un taglio più netto, forse anche coerenza con il personaggio creato sulla carta e nella nostra immaginazione (tentando di esulare dalla soggettività), e collabora a rendere l'intera vicenda più ritmata ed avvincente. Merito principale di ciò, è ovvio, va al regista che sceglie di stravolgere completamente la scansione temporale della narrazione nota. In primis comprimendo la parte violenta relativa al rapporto tra Lisbeth e il suo tutore (indubbiamente approfittando proprio del fatto che lo spettatore già conosca lo svolgersi dei fatti, evidente nella costruzione di alcune scene), escamotage, che insieme alla rapida presentazione della stessa indagine, lo libera da altre necessità permettendogli di concentrarsi su quanto - dichiaratamente - aveva interesse a trattare: il rapporto tra Lisbeth e Blomkvist.
L'intersecarsi di questo e di scene di sicuro effetto, oltre all'alternanza di riprese ariose e inquietanti interni, ci fanno preferire - inaspettatamente, e nonostante l'equilibrismo sul filo dello stereotipo (a tratti superato) - questa nuova versione del thriller di Larsson. Le non poche differenze, nei personaggi nelle loro caratterizzazioni e negli snodi, anche non da poco, restano quisquilie da esegesi che - come detto - non interessano nell'ottica scelta da Fincher.
Peccato semmai per una conclusione troppo 'sentimentale', che (purtroppo) promette sequel, che ci ha fatto rimpiangere la durezza imbarazzata della Salander di Noomi.
Mattia Pasquini

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